Eleganza e pneumatici, raffinatezza e blue jeans. Quando il supporto crea l’opera d’arte. È quanto avviene nella produzione artistica di Fabrizio Lavagna, dove l’arte fluisce in realizzazioni che mescolano eleganti corpi femminili a materiali d’uso comune. Nella sua carriera pluriennale l’artista ha sperimentato con successo vari tipi di supporto. Partendo da semplici lenzuola di cotone grezzo, Lavagna ha voluto accentuare il contrasto opera d’arte-materiale di recupero, passando successivamente a jeans di seconda mano, fino creare un paradosso artistico unendo la bellezza femminile a brandelli di pneumatici usati. La tela diventa scultura, è lei la protagonista indiscussa del momento artistico vissuto dal fruitore, creando due piani separati nella comprensione e nell’interiorizzazione del significato dell’opera. Al primo sguardo il dipinto si propone nella sua eleganza e perfezione tecnica; solo successivamente il supporto viene percepito creando così la collisione estetica ricercata dall’artista. Lavagna inserisce nei suoi lavori anche oggetti usuali come telefoni cellulari o piccoli giocattoli , liberando così l’opera pittorica dalle catene della bidimensionalità e catapultandola prepotentemente nell’universo tridimensionale. I materiali scelti sono il fulcro attorno ai quali si sviluppa la creatività dell’artista: i denim e i pneumatici contenuti nelle opere sono stati usati e abbandonati. Dall’uso scaturisce un vissuto , un passato che appartiene a chi ha utilizzato l’oggetto, facendo così diventare queste realizzazioni un tramite tra la vita quotidiana e l’opera d’arte, creando un ulteriore piano di riflessione sulla velocità del passaggio da utile ad inutile nella società contemporanea. In un presente dove il cambiamento è un imperativo non più negoziabile, Lavagna sospende il logorio dell’oggetto bloccandolo in una dimensione spazio temporale artistica, dove può riprendere vita invertendo la propria destinazione d’uso. Il materiale perde la sua funzionalità quotidiana e trova un posto nell’opera d’arte diventandone così l’oggetto. Nelle realizzazioni dell’artista però la materia compie un’ulteriore variazione: si spoglia completamente della propria identità e ne assume un’altra fornitagli dal fruitore, trasformandosi così da oggetto artistico a oggetto prettamente estetico. Quella di Lavagna è una produzione densa di significati, dove l’autoreferenzialità viene abbandonata a favore di un contatto immediato con chi osserva in una fusione di bellezza, eleganza e quotidianità.

 

Elena Molini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se è vero che l’arte contemporanea deve tendere ad un “dopo”, vale a dire ad una dimensione di significatolatente, a cui l’opera, presagendo, aneli, se è vero che il respiro dell’opera stessa non risiede nella dimensione attuale, ma in quella futura, anticipata da frammenti, o detriti, “alla ricerca di un presente perduto”, Fabrizio Lavagna offre all’osservatore lo spettacolo di qualcosa che probabilmente deve ancora avvenire, di qualcosa che, più si mostra sgranato, talvolta completamente dischiuso e attraente fino all’estremo, più nega se stesso. In una sorta di “sovrapposizione contaminata” della materia, la fisicità del soggetto, incombe, superba e preziosa come un ricamo, per poi abbandonarsi, stremata, su un giaciglio di cipria e asfalto. Il corpo femminile, nella superficie lucida e dura di nero, bianco e ancora nero, è una scorza che cova nelle sue fibre più profonde il bisogno scricchiolante di un concetto e di una quantità. Di uno spazio che si imponga sulla forma. Di un sogno. Di un desiderio. Di un destino.

 

 

 Alessandra Morelli